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MARIO BIONDI | Due chiacchere a Edimburgo


Bello incontrarti qui a Edimburgo e scoprire che hai della familiarità con Pordenone!

Assolutamente, risale alla seconda metà degli anni novanta che si è protratta anche perché ho scoperto questa somiglianza di pensiero con molte persone con cui sono rimasto molto legato. Di amici ne conto meno delle dita di una mano, ma almeno due sono di Pordenone. Ancora oggi a distanza di venticinque anni rimangono carissimi amici con cui scambio affetto e minchiate telefoniche. Suonavo alla Dama Bianca di Fontanafredda dove ho passato delle bellissime serate. Mi ricordo la faccia stranita di una barista che mi vide fare colazione alle sei con un toast e uno spritz-whisky. Ma avevo finito di suonare alle cinque e mezza e avevo bevuto del whisky fino a prima, se avessi preso cappuccino e brioche mi sarebbe bruciato lo stomaco!

Mi sembra di capire che sia stato un capitolo felice della tua vita...

Si, ricordo che dovevamo andare al Matisse di Fiaschetti di Caneva e avevo una Rover 820 sterling bianca; penso che in italia l’avessi solo io e un vecchietto. Mi fermai ad un bar per chiedere delle informazioni “Buongiorno, stavo cercando il Matisse”. Sarà stato per l’alcool ma il mio accento siculo saltò fuori, mi rispose un avventore: “Si, ma ti, da dove ti vien”. Si stava accendendo un piccolo incidente diplomatico quando per fortuna delle mie amiche notando la mia rover parcheggiata fuori dal bar, mi presero per la collottola e mi dissero “ma dove te si entrà, sito mato... vien fora!” E mi salvarono.

Con la tappa di Edimburgo riapri la stagione di concerti dopo il lungo periodo della pandemia...

Staccarci dalla realtà del palco che ci è sempre appartenuta è stato per tutta la band molto dura. Abbiamo fatto di necessità virtù, siamo diventati dei family men, sono ingrassato almeno quindici chili; confido in questa tournè nel provare a dimagrire!

Tra i titoli delle canzoni del tuo nuovo album Romantic spunta anche una canzone di tuo padre, che ricordi hai di lui?

Con il termine romantico ho cercato di unire diversi concetti di amore; tra gli utopisti romantici ricordo in particolare mio padre che mi ha insegnato a vivere prima di tutto, a stare sul palco e mi ha forzato alla carriera di cantante. Quando da bambino gli dissi che volevo fare il cantante professionista, lui mi guardò con gli occhi truci da uomo siculo e mi disse: “Di professione?”. io gli strinsi la mano dicendo: “parola d’onore”. Non avevo più via di fuga, l’onore è una cosa seria. Lui era un cantautore, della stessa casa discografica di Vasco Rossi; agli inizi degli anni ottanta scrisse la canzone “Tu malatia”. Sai, chi viene dalla terra di Sicilia - oggi vivo a Parma - prima o poi ci deve tornare. Ci sono tornato musicalmente reinterpretando la canzone di mio padre.

Come ti trovi a cantare in più lingue?

Ho dovuto imparare l’inglese da subito, ascoltando ore e ore di musica. Cantavo da giovane in un locale a Taormina dove c’era un pubblico internazionale, ma anche oggi pur essendo un professionista - non essendo di madrelingua - devo sempre un po’ lottarci, facendo attenzione a quando aprire o chiudere le vocali. Cantare in siciliano mi riporta un po’ al periodo della mia adolescenza ed è bello ritrovare la propria radice anche nel linguaggio. Ammetto di parlare il dialetto molto spesso; mi piace, fa parte della mia cultura e credo che i dialetti debbano essere sempre coltivati. Io ho anche imparato quello pordenonese, tutti i dialetti sono fonte di grandissima ispirazione e di grande comunicazione.

In Romantic canto anche in napoletano, duettando con Lina Sastri, un’esperienza molto emozionante; non è stato semplice, è un’altra lingua, come l’inglese... sbagli la vocale e magari un napoletano non ti parla più per tutta la vita!


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